martes, 2 de febrero de 2016

DOSSIER 01/02

DIARIO 01/02/2016

In questo mio diario vorrei condividere una possibile lezione di italiano della durata di due ore destinata ad un pubblico adulto. Si tratta, infatti di un’attività pensata soprattutto per quegli alunni che hanno scelto di studiare l’italiano per piacere ed è rivolta a studenti di livello avanzato di una EOI.

Le tecniche didattiche proposte si basano sull’apprendimento cooperativo, perché il lavoro tra pari permette di controllare l’ansia, aumentare l’autostima, dare sicurezza, imparare anche dagli errori degli altri e sviluppare abilità di problem-solving.

Inoltre, i materiali proposti sono materiali autentici, utili sia dal punto di vista linguistico, ma anche extralinguistico, poiché presentano aspetti legati ai gesti, alla cultura e ai costumi della lingua straniera.

Il docente, in questa attività, assumerà il ruolo di regista, prestando aiuto qualora gli/le venga richiesto e cedendo il protagonista agli alunni, d’accordo con il principio di centralità e unicità del discente in senso globale.


Vediamo, quindi, in cosa consiste questa lezione!


ATTIVITÀ: CINEMA E DOPPIAGGIO

LIVELLO: B2 /ADULTI

DURATA: 2 ORE

Per prima cosa il docente cercherà di creare un ambiente confortevole e un clima propizio affinché lo studente si senta a proprio agio. A tal fine disporrà i banchi o le sedie in semicircolo e introdurrà l’argomento con una serie di domande utili per “rompere il ghiaccio”:


Successivamente proporrà le seguenti attività:



    Guardate le locandine di questi tre film e provate, in gruppo, a indovinarne la trama:


Adesso guardate i trailer e verificate se le vostre ipotesi sono giuste!


  DISCUSSIONE IN PLENUM
  •       Quale di questi film andresti a vedere e perché?

  •      Se fossi un docente di spagnolo per italiani quali film spagnoli proporresti per questa attività e perché?



A questo punto l’insegnante introdurrà la figura del doppiatore e l’importanza che riveste nel mondo del cinema. Quindi, proporrà le seguenti attività


DOPO AVER VISTO PIÙ VOLTE QUESTA INTERVISTA A FERRUCCIO AMENDOLA, UNO DEI PIÙ GRANDI DOPPIATORI ITALIANI, RISPONDETE ALLE DOMANDE:

  •  Cosa chiese Amendola ad un dialoghista amico suo?
  • Dove si scelsero i provini?
  • Perché i direttori e le cooperative erano preoccupati?
  • Come doveva essere la voce?
  • Di cosa si rese conto Amendola e cosa propose?
  • A quali attori si sente più affezionato e perché?

      Dopo aver corretto in plenum l’attività, gli alunni a coppie realizzeranno  questa attività:




Gli alunni drammatizzeranno l’intervista davanti al resto della classe. L’insegnante registrerà con una videocamera le interviste e in seguito le proietterà alla classe.


Dopo la proiezione, gli alunni dovranno valutare il proprio lavoro in base ai seguenti criteri:


  1. originalità
  2. correttezza grammaticale
  3. pronuncia


CHE NE PENSATE?
CREDETE CHE POSSA ESSERE UN'ATTIVITÀ INTERESSANTE?
COSA CAMBIERESTE/AGGIUNGERESTE A QUESTA ATTIVITÀ?
LAVORIAMOCI INSIEME!

viernes, 29 de enero de 2016

DIARIO 27/01/2016

Durante la lezione di oggi abbiamo riflettuto, tra le altre cose, sul concetto di repertorio linguistico e sul fatto che, utilizzando una similitudine di Carlos a mio avviso molto appropriata, il repertorio costituisce un armadio, un armadio in cui mettiamo abiti diversi che scegliamo di indossare a seconda delle diverse situazioni.

Ed ecco che riflettendo sulla lezione, mi è tornato in mente un articolo della scrittrice italiana Carmen Covito intitolato Alla ricerca della lingua italiana:l'Italiano integrato che credo possa rappresentare un interessate spunto di riflessione sull’attuale situazione del repertorio linguistico italiano.

Partendo dal concetto di lingua nazionale e di cosa intendiamo per lingua nazionale, Carmen Covito fornisce una chiave di lettura molto interessante e, a mio avviso, perfettamente condivisibile.

L’autrice esordisce affermando che la lingua nazionale non è più un’utopia, bensì una realtà. Stando ai dati pubblicati dalla Doxa, 86 italiani su 100 parlano l’italiano e, tra questi, 24 non usano più il dialetto, 62 sono in grado di alternare l’italiano e il dialetto a seconda del contesto e solo 14 “individui”, paragonati a dialettofoni in via di estinzione, usano solo il dialetto. 

L’italiano standard è, dunque, un dato di fatto e sicuramente sia la radio, ma soprattutto la televisione, hanno portato avanti una vera e propria rivoluzione linguistica che, in poco più di mezzo secolo, ha risolto la plurisecolare “questione della lingua”.

Carmen Covito, una volta chiarito che non spetta a lei accettare o respingere i nuovi usi linguistici, sostiene che il suo compito, come scrittrice di romanzi, sia quello di captare e registrare lo standard dell’italiano parlato, per poi integrarlo nella sua scrittura letteraria.
All’interno del panorama della letteratura italiana, Covito individua due tipologie di scrittori: da una parte gli “scrittori-letterati
per i quali la lingua parlata non solo “non esiste”, ma addirittura è vista come un’intromissione che infastidisce; loro preferiscono continuare a scrivere utilizzando registri aulici e si servono di una lingua “neutra, liscia, depilata e deodorata da ogni sentore di vita”

Questi scrittori, che spesso sono anche giovani scrittori, ambiscono a scrivere “bene”, laddove per “bene” si riferiscono esclusivamente al rispetto delle regole semantiche e stilistiche dell’italiano normativo; la Covito li definisce C.N.S.E.A.D.N. (che non si è accorto di niente) per via del fatto che ignorano l’importanza del dialogo che, invece, rappresenta il luogo privilegiato dove far convergere tutte le ricchezze della lingua parlata, grazie ai gerghi, ai dialettismi o alle sgrammaticature, che costruiscono un personaggio in seguito smascherato dal lettore.

 Inoltre, anche quando traducono, gli “scrittori-letterati”, molto spesso, tendono a tradire il teso “appiattendolo” e alzandolo verso un linguaggio aulico-letterario che non sempre rispetta l’originale.

Contrapposta a questa tipologia di scrittori, ci sono i nuovi narratori e i nuovissimi- nuovi che, attraverso scelte completamente opposte, si servono del “parlato
 non perché non sappiano fare diversamente, ma perché hanno adottato una scelta linguistica consapevole e coerente con le loro tematiche.

Tuttavia, utilizzare sempre e solo l’italiano standard potrebbe diventare una scelta non solo esclusiva, ma anche escludente, poiché si perderebbe lo spessore dell’italiano letterario che, seppure con i suoi limiti di artificiosità, è pur sempre dotato di una sua storia e di una realtà che non può essere cancellata.
Per cui, posta difronte a questo bivio, l’autrice propone una terza via
che si presenta come punto di incontro tra la lingua letteraria e quella parlata e il cui maggior rappresentante è, secondo lei, Alberto Arbasino, idolatrato come un’icona stilistica dalle nuove generazioni. 

La scelta di questa terza via ha come obiettivo quello di servirsi della duttilità e vitalità della lingua per produrre testi narrativi che accolgano al loro interno tutti i diversi registri, dai regionalismi, dialettismi, gerghi, parole straniere, ecc., ai termini più colti e a un uso più elaborato della sintassi. L’importante è saperli utilizzare al momento giusto e in un contesto appropriato.

Personalmente, sono d’accordo con Carmen Covito, poiché
considero che la grandezza della nostra lingua risieda proprio nella sua varietà e nella sua camaleontica possibilità di sapersi adattare ad ogni situazione. L’italiano, infatti, presenta un gran numero di sfumature, di sinonimi, di aggettivi che consentono di descrivere un oggetto, un luogo o una persona a seconda del contesto, del parlante o del momento storico; e questa grandezza non possiamo perderla. Bisognerebbe, quindi, essere in grado di sfruttare tutte le possibilità espressive offerte dalle situazioni reali e coniugare registri alti, medi o bassi, a seconda del punto di vista di chi parla. 

Solo così potremmo portare avanti quel processo di rinnovamento e, al tempo stesso, conservazione del nostro patrimonio linguistico. 




 

DOSSIER 27/01/2016 CARLOS VALCARCEL

lunes, 25 de enero de 2016

DOSSIER 25/01 CARLOS VALCARCEL


DIARIO 25_01_CARLOS VALCARCEL


L’USO DEL BLOG IN CLASSE: 



La lezione di oggi mi è servita come spunto di riflessione circa l’importanza o meno di utilizzare un blog nell’insegnamento di una lingua straniera.

Fino a questo momento ho sempre evitato di utilizzare un blog in parte perché, riconosco, non sapevo come sfruttare le sue potenzialità e in parte perché, nonostante consideri che le nuove tecnologie siano importanti, ho sempre prediletto un approccio comunicativo basato soprattutto sull’interazione in classe.

Tuttavia, devo ammettere che in questo mio percorso di studi sto rivalutando positivamente l’utilizzo di nuove forme di comunicazione che sfruttano le potenzialità della rete, riuscendo in questo modo a raggiungere un pubblico più variegato, attraverso registri e forme di espressione diverse.
A questo proposito ho trovato un articolo molto interessante sull’uso del blog nella didattica dell’italiano. 

In questo articolo gli autori si soffermano ad analizzare le varie tipologie di blog (personale, di attualità, politico, tematico, etc.) per poi soffermarsi sul loro uso nella didattica.

La parte a mio avviso più interessante e sulla quale non avevo riflettuto sinora è quella in cui gli autori analizzano l’importanza che l'uso del blog riveste nel lavoro collaborativo e nella struttura ipertestuale, considerati elementi chiave che facilitano la creazione di strategie didattiche in grado di far emergere le conoscenze pregresse dello studente, allo scopo di aiutarlo a costruire la propria conoscenza.

Inoltre, il confronto con gli altri e il raggiungimento di un obiettivo comune aiutano gli studenti a prendere coscienza in modo autocritico delle proprie conoscenze e, dunque, a essere in grado di autovalutarsi durante il proprio percorso formativo.

L’articolo prosegue enumerando i vantaggi e i possibili usi di un blog quali, per esempio, consentire la produzione di vari tipi di testi, incentivare la creatività, costruire una sorta di portfolio online o offrire maggiori stimoli per portare a termine i compiti assegnati.
Infine, si propone un esempio di blog con possibili attività. 

E allora blog si o no?
Sicuramente il blog rappresenta uno strumento molto utile e credo che, se utilizzato correttamente, possa rappresentare una risorsa da integrare in una classe di L2, senza per questo dover rinunciare ad altre metodologie didattiche.

Finora ho sempre evitato le attività che richiedessero la creazione di un blog (spesso nei nuovi manuali si propone come attività la creazione di un blog di classe) ma devo ammettere che può fornire un valore aggiunto alle mie lezioni, aprendo nuovi percorsi didattici e spingendomi a intraprendere nuove sfide che mettano alla prova la mia capacità di rimettermi in gioco.

È probabile che in un futuro, forse non troppo lontano, comincerò ad usare il blog nelle mie lezioni, come fonte di nuove motivazioni e nuovi stimoli, in grado di arricchire il mio lavoro docente. 

domingo, 17 de enero de 2016

TEMA 8: MÉTODOS EN LA ENSEÑANZA DE LAS LENGUAS EXTRANJERAS

En este último tema hemos tenido la posibilidad de analizar los diferentes métodos y modelos para la adquisición de una L2 que desde el siglo XIX hasta nuestros días han ido evolucionando, desarrollando diferentes propuestas y enfoques de aprendizaje. En esta entrada analizaré brevemente las principales característica de cada método para, en la parte conclusiva, dar mi opinión sobre cuál o cuáles deberían ser los métodos aplicables en una clase de L2.



Veamos las características principales de cada método, diferenciando los que han nacido en EEUU de los que han nacido en Europa.

Entre los nacidos en Estados Unidos y en el mundo Anglosajón encontramos:

  •  Método Natural: Boston 1860. Saveur abre una escuela en Boston en 1860 y propone enfocar el aprendizaje de la segunda lengua de forma parecida al de la primera. Se evita la traducción, se empieza enseñando la pronunciación y se utilizan la música y la mímica. Este método sentará las bases del método directo.
  • Método Audiolingüe: “Método Fries”. Usado por primera vez tras la segunda guerra mundial, este método pretende potenciar las destrezas de comprensión y expresión oral para posteriormente desarrollar la comprensión oral y la escrita. Se basa sobre todo en ejercicios de memorización y repetición “drills”; el docente actúa como modelo a imitar y los elementos lingüísticos se contrastan siempre con la lengua materna.  
  • Respuesta física total: “Método Asher”. Nace en California en los años 70 y pone su énfasis en la comprensión oral, considerada más importante que las destrezas productivas. El significado de la lengua meta se comunica a través de acciones. El profesor actúa como director de una obra teatral; no hay libros, se usan juegos como el “Simon says”, y parte de la base que una lengua se aprende tal y como aprenden los niños su lengua madre. 
  • Método Oral y Situacional. Reino Unido. Empieza como continuación del método directo y se mantiene vigente durante los años 50. Parte de la base de utilizar en clase solo la lengua meta; se seleccionan el vocabulario y la gramática en función de las distintas situaciones, y la lectura y la escritura se introducen solo cuando el alumno posee un buen léxico y una buena base gramatical.
  • Método Comunicativo: Reino Unido. Nace en los años 70 como reacción a los enfoques exclusivamente gramaticales. Su principal característica es que los objetivos del curso deben reflejar las necesidades del alumno, potenciando tanto las destrezas lingüísticas como las comunicativas, en función del contexto en el que el alumno va a utilizar la lengua. Su principal objetivo es la comunicación; se prevén actividades que fomenten la acción y la interacción (actividad de role-play, problem solving, canciones, etc.), la gramática no representa un fin en sí misma y está basado en la centralidad del alumno.
  • Enfoque por tareas: “Project Work”. Mundo anglosajón e India. La organización gira alrededor de una tarea para desarrollar la competencia comunicativa del alumno. Todas las actividades son funcionales a la realización de una tarea final que permite alcanzar el objetivo previamente establecido. El aspecto más destacable es sin duda el papel activo del alumno; el profesor controla todo el proceso y propone actividades. Se apela a la creatividad y el resultado final de todas las tareas es la creación de un proyecto. 

  • Entre los métodos nacidos en Europa encontramos:

  • Método gramática traducción: “Método Prusiano”. Domina Europa entre 1840 y 1940 y considera que la lengua escrita es más pura que la hablada. Está basado principalmente en memorización, reglas gramaticales, textos bilingües, traducción, literatura, lectura y escritura. Se espera del alumnado que alcance un alto nivel de traducción y que sea capaz de comprender textos escritos en otra lengua.
  • Método directo: “Método Berlitz”. Francia y Alemania. Entre sus principales características encontramos el uso exclusivo de la lengua meta en clase: no se traduce, no se explica sino que se actúa, se hacen preguntas y se corrigen los errores en el momento.
  • Método del silencio: “Método Gattegno”. Egipto-Europa. Tuvo mucho éxito en los años 60 y su nombre se debe al papel secundario que toma el profesor frente al papel activo del alumno. La lengua se presenta como una serie de colores que representan sonidos vocálicos y consonánticos. No hay explicación gramatical, el profesor usa gestos y mímica, y se espera del alumno que adquiera independencia, autonomía y responsabilidad.
  • Sugestopedia: “Método Lozanov”. Bulgaria. Este método considera que el aprendizaje más efectivo es el que se realiza a través de la sugestión, eliminando todo tipo de estrés y ansiedad. El estudio de la gramática es mínimo, se fomentan las destrezas comunicativas orales, se realizan diálogos y traducciones, se usan canciones y se evita la corrección inmediata.


Tras conocer las principales características de los métodos comunicativos que se han ido desarrollando a lo largo de los años, creo que si bien hoy en día el más acorde con las directrices del MCR es sin duda el método comunicativo y el del enfoque por tarea, no podemos obviar las aportaciones que nos han ido ofreciendo las demás metodologías. Creo, por lo tanto, que en una clase de L2 deberíamos ser capaces de utilizar múltiples opciones. Si bien partimos de una base comunicativa, no podemos obviar la importancia que tiene generar un clima de aula sereno y relajado, así como utilizar técnicas variadas que espacien desde los “drills” a los ejercicios de traducción, o a los recursos teatrales de mímica y gestualidad. Saber elegir las actividades adecuadas determinará, sin duda, el éxito de nuestras clases.